Traduzioni troppo letterali

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Il caso riportato qui a fianco è emblematico dei paesi in cui la conoscenza delle caratteristiche e peculiarità della lingua italiana è limitata (il Giappone è uno di questi). Ne parliamo perché, lavorando prevalentemente con queste agenzie di traduzione, è un aspetto che ci riguarda direttamente e spesso è molto frustrante.

Nelle scuole italiane s’insegna a non ripetere le stesse parole a breve distanza in un testo scritto. Questa è una raccomandazione stllistica superflua per chi conosce sufficientemente bene la lingua italiana scritta, così ricca di risorse espressive rispetto ad altre lingue, tra le quali l'inglese stesso e, ancor più, il giapponese. Benché non sia sempre da considerare errore in senso stretto - ad esempio nelle traduzioni tecniche ove chiarezza e coerenza terminilogica devono assumere priorità sullo stile di scrittura - non si può negare che anche testi di questo tipo guadagnino in scorrevolezza e non generino noia nel lettore se sono il risultato di un attento bilanciamento tra precisione terminologica e buon stile di scrittura, evitando così di frustrarne la motivazione di proseguire nella lettura.

Riportiamo qui di seguito un paragrafo giapponese tratto da un reale testo tecnico, quindi la corrispondente traduzione in inglese fatta dal classico traduttore giapponese o cinese (caso frequentissimo per i testi tecnici in inglese relativi a prodotti fabbricati in Giappone o in Cina) e, ancora, la corrispondente traduzione in italiano fatta in modo eccessivamente letterale dall’inglese da un traduttore madrelingua italiano (!). Infine, la stessa traduzione italiana lievemente migliorata e, soprattutto, liberata dalle ripetizioni superflue:

(A) Frase originale in giapponese:

(B) Traduzione letterale in inglese:

(C) Traduzione italiana originale:

(D) Traduzione italiana migliorata:

Mentre in (A), (B) e (C) il termine “stampante” appare ben quattro volte in uno spazio così ridotto – in particolare (C) è stata tradotta in modo eccessivamente letterale dall’inglese - in (D) ne appare soltanto una: nella prima frase il secondo termine "stampante" è stato sostituito con il "ne" di "chiuderne", mentre il terzo è stato addirittura omesso perché è chiaro dal contesto che è la stampante a generare l’errore. Analogamente, il quarto termine "stampante" è stato sostituito con il "ne" di "collegarne", perché anche qui è chiaro che il cavo di alimentazione non può essere che della stampante. La traduzione “D” è quindi più scorrevole a facile da leggere e invita maggiormente a proseguire con la lettura. Nel presente caso il termine in questione è "stampante", cioè una sola parola. Ma proviamo a immaginare una frase analoga a quella appena vista in cui sia il termine "filtro PL (polarizzatore) circolare" ad apparire eccessivamente: sfido qualsiasi italiano a riuscire a trovare la voglia di continuare con la lettura.


Tradurre dall'inglese non madrelingua

Quello qui illustrato è un caso estremo e non lo si trova soltanto nei dominio tecnico. In particolare è molto frequente nelle traduzioni fatte direttamente dal giapponese oppure dalla corrispondente traduzione inglese fatta a sua volta da un traduttore non madrelingua.

Per la maggior parte i produttori giapponesi commissionano la traduzione multilingue dei propri manuali dall'inglese anziché direttamente dal giapponese. Chi traduce in inglese però non è quasi mai un traduttore madrelingua.

È vero che a volte la mancata ripetizione di un termine possa dare origine a confusione, specialmente nei testi che non devono essere in alcun modo fraintesi, e allora è bene procedere con più cautela e ove possibile rinunciare allo stile in favore della chiarezza del contenuto. Tuttavia, se usati accortamente, anche in campo tecnico i pronomi rappresentano la soluzione ideale: (D), infatti, è più breve ma molto più scorrevole e piacevole da leggere e, ciò che più conta, traduce fedelmente (A) e/o (B). Ecco quindi buon stile di scrittura e fedeltà di traduzione perfettamente coniugati.


La piaga delle traduzioni troppo letterali

Ma perché capita così spesso di vedere traduzioni come (C)? Le uniche risposte che riusciamo a trovare sono queste:

1) Tradurre letteralmente è più facile e richiede meno tempo: il traduttore infatti decide di non perdere tempo a ricercare sinonimi né a riformularle in un modo più adeguato. Traduce letteralmente e quasi secondo il medesimo ordine di parole, un po' come fa un normale programma di traduzione automatica (o addirittura peggio?). Insomma non deve pensare troppo. A parità di tempo, quindi, traducendo letteralmente riesce a essere più produttivo (per sé) ma non certo a favore della qualità del lavoro. Non è forse possibile che questa succeda particolarmente ai traduttori che si fanno pagare poco e, pertanto, per guadagnare a sufficienza devono remare di più?

2) Non tutti gli italiani sanno scrivere sufficientemente bene. Basta vedere cosa Internet ormai propone per rendersi conto di quanto la lingua italiana sia degenerata e maltrattata dagli stessi italiani. Ma è accettabile che siano proprio i traduttori a contribuire a questo fenomeno?

3) Spesso il traduttore è costretto a lavorare senza contesto. Non sapendo infatti cosa viene prima e dopo una certa frase, quello della traduzione letterale è il metodo più sicuro dal punto di vista del rapporto con il cliente ignorante perché ci si mette al riparo da possibili critiche, seppur ingiustificate. Vita più facile per entrambi, insomma.

I traduttori dovrebbero resistere di più alla richiesta del cliente di tradurre in modo eccessivamente letterale. Anzi, dovrebbero combattere questa diffusa mentalità a difesa della propria lingua e professionalità.

4) Spesso sono alcune agenzie di traduzione a pretendere una traduzione letterale del testo di partenza nella presunzione di poter svolgere da sé un sommario controllo di qualità. Lo fanno quindi più per propria convenienza che per genuino interesse verso la qualità, che dimostrano così di non conoscere o di voler ignorare. Paradossalmente, tra l’altro, la semplice traduzione letterale spesso rivela le lacune lessicali del traduttore.


Tradurre meno, localizzare di più

Per concludere:

a) L’italiano è una lingua retorica che spesso induce in una preoccupazione eccessiva per la forma. Questa però è una delle sue peculiarità e, come tale, va rispettata. Molti giapponesi credono che per via di alcune analogie lessico-grammaticali tra l'italiano e l'inglese sia ovvio aspettarsi, tra le altre cose, il medesimo ordine di parole e le stesse ripetizioni, che nei testi inglesi non fanno torcere il naso come in quelli italiani. Questo è un convincimento errato che tutti i bravi traduttori italiani dovrebbero contrastare ad ogni occasione.

b) Laddove per ragioni di chiarezza di contenuto è espressamente consigliabile il contrario (in genere nei testi tecnici e specialistici), è bene ricorrere a sinonimi e/o ai pronomi. Questa è forse un’esigenza tutta italiana, quindi non così fortemente sentita in altre lingue. Spazio quindi alla localizzazione in tuti i sensi.

I programmi CAT dovrebbero essere semplicemente un ausilio di consistenza terminologica e facilitazione della successiva fase DTP, e non fiscali strumenti di standardizzazione espressiva.

c) Usare in modo più intelligente i programmi CAT e tradurre considerando il contesto anziché singole frasi a sé stanti, ed essere quindi pronti a difendere a spada tratta la propria decisione d'ignorare o modificare il contenuto della memoria di traduzione. Molto spesso, se usati male, i programmi CAT sono infatti nemici del buon stile di scrittura.

d) Non è giusto né ragionevole che il cliente chieda al traduttore di adattare il proprio stile di scrittura a quello del collega che l'ha preceduto (anche questo capita spesso). Cià succede frequentemente con le traduzioni parziali e cumulative, specialmente dei manuali tecnici che subiscono centinaia o persino migliaia di aggiornamenti nel corso degli anni e da chissà quante mani. Ogni traduttore ha un proprio stile di scrittura. Mentre, ad esempio, la lingua giapponese abbonda di ripetizioni ed espressioni standard e diversamente da così non può essere, gli italiani hanno più modi di scrivere e tutti ugualmente accettabili pur nel rispetto della comprensibilità. Oltre ad avere conseguenze ovvie sulla qualità di traduzione, l'imposizione di un modo innaturale di scrivere crea il presupposto per la certa frustrazione professionale del buon traduttore.

e) È fondamentalmente sbagliato pretendere dal traduttore la traduzione letterale di testi a loro volta tradotti da persone non madrelingua, perché gli errori, le ambiguità e il brutto stile di scrittura si trasmettono pari pari, possibilmente amplificandosi, nel testo di arrivo.

Ecco una tipica discussione tra un'agenzia di traduzione giapponese e un traduttore italiano:

Perché in questa traduzione il termine "stampante" appare solo una volta mentre in inglese ben quattro? Prego correggere e rimandare al più presto.
In italiano ripeterla quattro volte in uno spazio così ristretto non va bene, e forse nemmeno in inglese. Suona male e il lettore perde con facilità il senso più importante del contenuto. E poi è evidente che quell'inglese è stato tradotto dal giapponese da un traduttore non madrelingua.
D'accordo, ma quando noi controlliamo il suo lavoro come possiamo sapere che non si tratti di una dimenticanza o, peggio, di un errore di traduzione? E perché con le altre lingue non abbiamo questo problema?
Per le altre lingue non so. Se però usaste un buon revisore di testi italiano vi confermerebbe che ho ragione. Con i clienti italiani non abbiamo mai questo problema.
Ah sì? Ma altri traduttori non fanno tutte queste storie.
Altri traduttori? Non so. Quando io traduco penso innanzi tutto all'utente italiano - che ovviamente pretende chiarezza e immediata comprensibilità - e non al proofreader giapponese che l'italiano non lo conosce ma pretende ugualmente di farsi il controllo di qualità da sé.
Quante storie. In fondo si tratta solo di una traduzione tecnica.
Beh, quando io acquisto un apparecchio, soprattutto se costoso, mi aspetto di ricevere un manuale che rifletta l'immagine di qualità che il produttore si vuole dare ma che soprattutto non mi costringa a continue acrobazie mentali.
Mah, per il momento accetto la sua spiegazione e cercherò di spiegarla così al cliente. Però è necessario che anche lei sia un po' più flessibile, atrimenti è possibile che ci chieda di cambiare traduttore.
... amen
Punti di forza
Siamo una coppia di traduttori madrelingua freelance che lavorano in team.
Siamo un ottimo strumento extra-aziendale per le piccole e medie aziende.
Lingue trattate: italiano ↔ giapponese / inglese → italiano e inglese → giapponese
Settori tecnici, IT, legale, contratti, business, brevetti, ecc.
Strumenti CAT: Dejavu X, MemoQ e Trados
Lingue trattate
TRADUZIONE:
Italiano-giapponeseItalianoGiapponese
Giapponese-italianoGiapponeseItaliano
Inglese-italianoIngleseItaliano
Inglese-giapponeseIngleseGiapponese