Le traduzioni troppo letterali dal giapponese sono la sconfitta del buon stile di scrittura

Traduzioni troppo letterali in/dal giapponese

Le traduzioni letterali, o parola per parola, sono la fine del buon stile di scrittura

La traduzione troppo letterale in/dal giapponese rivela le lacune del traduttore

Nel mondo della traduzione esistono fondamentalmente due scuole di pensiero: 1) la traduzione deve essere sempre letterale, cioè il più possibile parola per parola e 2) deve essere adeguatamente adattata o localizzata e, se necessario, "migliorare" il testo d'origine. Deve cioè essere libera, o semantica. In ogni caso, soprattutto la traduzione da e verso il giapponese non deve mai essere fatta in modo eccessivamente letterale.

Cos'è la traduzione letterale o parola per parola

Per traduzione letterale, o parola per parola, s'intende il perseguimento della maggior corrispondenza possibile a livello di parola tra lingua di partenza e lingua di arrivo. Cioè, più attenzione alle singole parole che al significato complessivo di una frase o paragrafo, con il rischio tuttavia che il testo risulti confuso, "disordinato" e meno comprensibile e che alcune parole assumano persino un significato diverso da quello inteso. Nella traduzione libera - o semantica - la corrispondenza viene invece ricercata a livello di frase o paragrafo per facilitare la lettura nel suo complesso e rendere il contenuto più facilmente comprensibile nel suo insieme.

Dorothy Parker

Le donne sono come le buone traduzioni: raramente sono fedeli.

Dorothy Parker
Scrittrice, poetessa e giornalista

La traduzione letterale può avere senso in circostanze e per scopi ben precisi, che tuttavia esulano dalla norma. Ad esempio, sebbene solo in una certa misura può essere più giustificata nella traduzione tecnico-scientifica e specialistica quando il requisito di assoluta fedeltà al contenuto è massimo, mentre nel vasto mondo della traduzione generale ed editoriale è quasi sempre da evitare perché finisce per violare la naturalezza della lingua di partenza e - anche se fondamentalmente corretta - è molto meno efficace all'orecchio di chi ne usufruisce. Il risultato di un posizionamento anomalo di due o più parole che possa dar luogo a fraintendimenti di senso rallenta infatti la percezione del testo tradotto e può produrre sul lettore un effetto alienante.

La traduzione letterale dal giapponese o dall'italiano

La lingua giapponese è strutturalmente molto diversa dalle lingue Indo-europee, in particolare da quelle romanze o neo-latine come l'italiano: la particolare struttura sintattica, la generale assenza di ciò che è considerato superfluo, la chiara esplicitazione del soggetto solo quando la sua mancata omissione renderebbe il messaggio poco comprensibile, l'espressione del pensiero in modo generalmente più sfumato e ambiguo, l'assenza di distinzione tra genere, numero e persona nei sostantivi, verbi e aggettivi, l'assenza del futuro, la sfumatura di confine tra verbi e aggettivi, la mancanza di distinzione tra articoli determinati e indeterminati - la sua profonda irrazionalità - eccetera contribuiscono nell'insieme a posizionarla in un mondo linguistico tutto a parte.

Inoltre, soprattutto nella sua forma scritta, è più tollerante verso il requisito dell'interconnessione semantica tra gli enunciati che invece caratterizza la lingua italiana, mentre molte sono le ridondanze e le formulazioni standard che non trovano equivalenti in italiano e per questo diventano intraducibili. Rispetto alla lingua italiana fa inoltre minor uso di sinonimi e non disponendo di particelle pronominali e di pronomi relativi obbliga a identificare in continuazione l’oggetto, il che non può accadere nella lingua italiana pena la perdita di scorrevolezza e naturalezza.

Per questo, come regola generale non si deve mai tradurre in modo letterale dal giapponese, tantomeno in modo eccessivamente letterale. O meglio, le differenze sintattiche tra le due lingue sono così marcate che non è proprio possibile farlo. A ben vedere non lo si dovrebbe fare nemmeno quando si traduce dall'inglese nonostante la sua maggior somiglianza alla lingua italiana. Dalle traduzioni effettuate troppo letteralmente dal giapponese ne traspare chiaramente la struttura sintattica originale, il che le rende poco naturali all'orecchio del lettore italiano e ne accentua ancor più la natura di... traduzione.

Per i traduttori italiano → giapponese la situazione è relativamente più semplice, anche se solo sino a un certo punto. Infatti, essendo la lingua italiana molto più precisa e ricca di strumenti semantici di quella giapponese, se la si conosce a fondo non v'è molto modo di sbagliare. Tra l'altro, la maggior parte dei traduttori giapponesi ha una conoscenza teorica molto solida dell'inglese scritto, il che dovrebbe semplificare loro la comprensione dell'italiano. Certo, alcuni tipi di testi come nel campo legale e letterario sono piuttosto contorti e talvolta così improntati a un'artificiosa ricerca dell'effetto da mettere a seria prova anche i migliori traduttori giapponesi che in tali casi non possono che rifugiarsi nella traduzione parola per parola, cioè maggior adesione alla forma che alla sostanza del contenuto, finendo per produrre qualcosa che anche l'utente giapponese avrebbe difficoltà a capire appieno.

In ogni caso, poiché il tradurre in modo più naturale dal giapponese richiede più sforzo, tempo e anche una certa determinazione - soprattutto qui in Giappone si deve sempre presupporre che la traduzione passi poi per le mani del tipico revisore giapponese che come tale è tendenzialmente incline alla traduzione letterale - la tentazione di percorrere la strada relativamente più sicura di questa modalità traduttiva non è trascurabile.

Quello che segue è un esempio un po' estremo ma reale di traduzione eccessivamente letterale dal giapponese. Purtroppo non confinato alla traduzione tecnica, è un caso tipico di ripetizione superflua di una stessa parola a breve distanza, frutto della traduzione eccessivamente letterale prima dal giapponese e poi dall'inglese: (A) è una frase tratta dalla versione originale giapponese del manuale di una stampante, (B) è la corrispondente traduzione letterale in inglese (tipicamente fatta da un traduttore non madrelingua), (C) è la traduzione italiana fatta anch'essa in modo eccessivamente letterale dal giapponese o dall'inglese da un traduttore madrelingua italiano inesperto:

(A) Testo originale giapponese:

プリンターを使う前に、プリンターがアラームを出さないようにプリンターのカバーを閉じてください。そしてプリンターの電源ケーブルをコンセントに差し込んでください。

(B) Traduzione letterale inglese:

Before using the printer please close the main cover of the printer so that the printer will not output an alarm. Be also sure to plug in the printer’s power cable.

(C) Traduzione letterale italiana:

Prima di usare la stampante chiudere il coperchio principale della stampante in modo che la stampante stessa non emetta un allarme. Assicurarsi inoltre di collegare il cavo di alimentazione della stampante.

Come si vede, in (A) il termine "stampante" appare ben quattro volte in così breve spazio (nella lingua giapponese non sorprende ed è infatti molto comune, soprattutto nelle traduzioni tecniche). Appare quattro volte anche nella traduzione inglese non madrelingua (B) effettuata da (A) e appare quattro volte persino in (C), traduzione letterale fatta dal giapponese o dall'inglese da un traduttore madrelingua italiano. In italiano in effetti dovrebbe comparire una sola volta per rendere il testo più leggibile.

Ma non è sempre colpa del traduttore. Infatti, spesso è il committente a pretendere un modo di scrivere così per questioni di uniformità con il testo giapponese di partenza che spesso, al contrario, di ripetizioni non può fare a meno.

Vediamo ora un esempio di ridondanza espressiva, anche questa molto comune nella lingua giapponese:

(A) Testo originale giapponese:

監督者の明確な事前の許可がない限り、この部屋に入ってはいけません。許可なしで入室してはなりません。

(B) Traduzione inglese letterale:

Do not enter this room without first obtaining the authorization from the security staff. Make sure not to enter without authorization.

Per il lettore italiano è ovvio che la seconda frase è ridondante e perciò da eliminare. Tuttavia in casi come questi, che sono la norma soprattutto nei testi tecnici, spesso i committenti giapponesi non ammettono quella che ritengono invece una "deviazione eccessiva" dal testo originale, sia esso in giapponese o la sua traduzione letterale in inglese, perché ritenuta indice di bassa fedeltà.

Nelle scuole italiane s'insegna (forse non più?) che ripetizioni e ridondanze così sono da evitare, e questo è facile data la ricchezza espressiva della lingua italiana. Non si può inoltre negare che anche le traduzioni tecniche o specialistiche, nelle quali la mancata ripetizione in chiaro di certi termini o un'insufficiente coerenza terminologica possa dare origine a confusione o dubbi interpretativi, guadagnerebbero in scorrevolezza e non genererebbero noia o confusione nel lettore se fossero il risultato di un attento bilanciamento tra rigore contenutistico e stile di scrittura.

Tuttavia succede spesso che il tipico committente giapponese che non conosce le lingue straniere e solitamente ha come unico riferimento la lingua inglese (che in genere accetta più ripetizioni dell'italiano) ritenendo che le altre lingue occidentali vi debbano assomigliare, vede in questa "opera di pulizia" un segnale allarmante di bassa qualità di traduzione a causa di "parole mancanti e scarsa fedeltà al testo di partenza".

Un tipo curioso di controllo di qualità

Ecco allora la tipica domanda: «Perché nella traduzione italiana la parola “stampante” appare una volta sola mentre nell’originale giapponese e anche nella sua traduzione inglese ne appare quattro? Correggetela e la prossima volta state più attenti.»

A volte si riesce a rispondere con una certa probabilità di successo, ma a volte no e allora può succedere che il committente incarichi un revisore esterno per dissipare ogni dubbio. Purtroppo accade di frequente che questo revisore sia un traduttore non madrelingua, che non conoscendo bene l'italiano scritto non esita a stravolgere una traduzione già ben calibrata per il pubblico italiano rendendola così più aderente all’originale, cioè letterale come la vuole quel committente che probabilmente da quel momento cesserà di servirsi del primo traduttore.

Lo stesso accade anche quando si traduce da un testo che a sua volta è una traduzione non madrelingua dal giapponese. Succede spesso nei progetti multilingua in cui il cliente richiede la traduzione non direttamente dall'originale giapponese bensì da una sua traduzione (normalmente dall'inglese ma solitamente fatta da un traduttore giapponese o da un dipendente del committente) che, appunto, nella maggioranza dei casi è afflitta dalle ripetizioni e dalle ridondanze espressive illustrate prima.

Riflettendo chiaramente la struttura dell'originale giapponese, le successive traduzioni nelle altre lingue sono poco naturali, difficili da leggere, confuse e spesso sbagliate.

Perché vi sono in circolazione tante traduzioni troppo letterali?

Forse perché:

  • Tradurre letteralmente è più facile e richiede meno tempo: non se ne dedica molto alla ricerca di sinonimi e alla riformulazione del testo in modo più adatto all'utente finale della traduzione. Non si deve pensare troppo e si riesce così a essere più produttivi. Di conseguenza ci si può perciò permettere di essere anche più economici.
  • Spesso il traduttore è costretto a lavorare senza contesto, e in tal caso non è interamente colpa sua. Magari non sa come una particolare frase verrà usata o in quale contesto andrà inserita, cosa la precede o la segue, o di cosa si sta parlando effettivamente. Se è scrupoloso chiederà chiarimenti, che però non sempre otterrà perché solitamente i clienti non hanno tempo da perdere e in fondo non capiscono come mai un traduttore professionista debba fare certe domande... non conosce forse a sufficienza le lingue?
  • Spesso sono proprio i committenti giapponesi a pretendere traduzioni letterali per effettuare in proprio quella che ritengono una forma immediata di controllo di qualità. Un bel file Excel con le varie lingue nelle rispettive colonne per poter subito notare ogni deviazione (“In francese e in tedesco è stato tradotto così: perché non anche in italiano?”)
  • La capacità linguistica generale sta degenerando. La globalizzazione culturale, in particolare, tende ad omogenizzare e semplificare il pensiero e di conseguenza anche l'espressione scritta. Sia l’italiano che il giapponese, ad esempio, abbondano sempre più di orridi inglesismi, per di più spesso sbagliati.
  • L’uso ormai dilagante della traduzione automatica concorre a creare testi scritti in modo poco naturale, cioè meno leggibili. Perle di stile di scrittura come quelle sopra sono molto più diffuse e sono spesso il frutto dell'uso ormai dilagante e improprio della traduzione automatica "che rende tutto più facile e veloce".

Localizzare, non tradurre

Quasi tutti i traduttori professionisti sono unanimi, almeno a parole, nell'affermare che bisogna tradurre di meno e localizzare di più, cioè interpretare il testo di partenza per renderne la traduzione più adatta al pubblico di destinazione.

Specialmente dopo una traduzione dal giapponese sostanzialmente corretta nel contenuto la si deve riaffrontare con un altro spirito, se serve stravolgendone la struttura per renderla più familiare al lettore italiano, depurandola dalle ripetizioni inutili, arricchendola con sinonimi e così via, insomma reinventandola come se non fosse il frutto di una traduzione bensì un testo nato direttamente in italiano.

Così non facendo, e questo succede particolarmente ai traduttori meno esperti che magari lo fanno per evitare discussioni con il cliente o per non finire preda dei revisori linguisticamente poco preparati - ma in questo caso a ragione - non si fa certo un buon servizio al mondo della traduzione né si rispetta la lingua italiana.